L'uomo di stato Enrico Mattei

Enrico Mattei nella su azione di uomo di azienda è stato uno dei fautori della terza via Italiana all'economia.

Perché il fondatore di Eni – scomparso prematuramente il 27 ottobre 1962 quando l’aereo su cui volava esplose e precipitò – è l’emblema dell’intervento dello Stato nell’economia, e di quanto la “ricchezza delle nazioni”, dei popoli e dei mercati sia legata alla quantità ed alla qualità delle politiche pubbliche economiche.

É una figura incredibilmente attuale e potente, perché mai come oggi la società – dal più umile dei consumatori al più illuminato degli accademici, ai media e passando per tutta la classe dirigente politica ed economica – è mai sembrata tanto vittima del sonno della ragione e di una malcelata paura ad affrontare i veri nodi della crisi, legati proprio al ruolo dell’economia pubblica: argomento inspiegabilmente divenuto tabù con un’osservanza religiosa da Tardo Medioevo.

Così, in politica, si moltiplicano i ragionamenti su ogni possibile tema divisivo etichettabile come destra o sinistra, amplificando quanto possibile l’anacronistica divisione riempiendola di contenuti formali e di diritti estetici, ma nessuno osa più nemmeno accennare alla reale e profonda natura del conflitto sociale, che vede ormai gli interessi del 99,9% dei cittadini contro uno sparuto 0,01% vincente senza merito, e che dobbiamo avere il coraggio di definire interventismo contro neoliberismo.

E che, dopo tanto studio e analisi della realtà economica potremmo definire, con ancora maggior precisione, concorrenza contro monopolio, o mercato contro latifondo.

Per chi desidera approfondire l’approccio teorico, invitiamo alla lettura del documento allegato “modello di sviluppo sostenibile”, dove in realtà nulla si inventa, ma semplicemente si torna a sedersi sulle spalle dei giganti della logica e della storia economica, sperando di creare una breccia nella fitta rete delle narrazioni prive di scienza propagandate dal mainstream negli ultimi decenni.

Quelle teorie, empiricamente e storicamente dimostrate, sono quelle attuate da Mattei, e che hanno applicato i nostri statisti del passato nella loro azione reale, sono le teorie che hanno portato il paese ad avere una ricchezza invidiabile e ad avere il secondo risparmio privato al mondo pro-capite, sono i pilastri del welfare state e sono, infine, analizzando ancor più a fondo, le “fonti” della fonte normativa per eccellenza che è la nostra Costituzione: nei suoi equilibri, nei diritti individuali imprescindibili come negli strumenti di intervento delineati per lo Stato – prima che venissero stravolti da riforme inopportune e cessione di sovranità – si ritrovano infatti le regole dello sviluppo economico, che non sono cambiate.

Sono però le stesse teorie che vengono applicate “al contrario”, ovvero distruggendo il settore pubblico che è il solo a poter agire sulle condizioni di funzionamento del modello, per ottenere l’opposto della crescita e della concorrenza.

I motivi di questa volontà recessiva? Non facciamo illazioni, ci limitiamo alla scienza, ma le parole “monopolio” e “debito” suonano a morto da troppo tempo.