L'Economia ed i suoi segreti

Come funziona l'economia e come indirizza e guida la nostra vita sociale.

Sottotitolo: NEOLIBERISTI O “FREE RIDERS” (SCROCCONI...)?

Le leggi classiche del mercato insegnano e dimostrano matematicamente (non riproponiamo qui, ci sono molti testi economici in proposito) che le persone producendo e scambiandosi beni e servizi in completa libertà raggiungono un maggiore benessere ed utilità,

sia complessivamente che singolarmente, ed in questo ipotetico grande mercato tutti i singoli scambi determinano a livello complessivo un equilibrio perfetto con la migliore allocazione delle risorse, prezzi giusti e giuste quantità scambiate: tutti felici e soddisfatti grazie alla “mano invisibile” del mercato. Banalizzando, se io ho 10 fragole e un altro 20 melanzane, ci incontriamo e scambiamo i nostri beni, probabilmente uscendone con 5 fragole e 10 melanzane a testa.

Moltiplicando i soggetti i prodotti e quindi le transazioni (e agevolandole con una moneta ....così da non doverci per esempio “camallare” sulle spalle la casa per venderla al mercato!) tutti scambieranno seguendo il proprio egoismo/utilità e tutti saranno più soddisfatti e con un paniere più completo e variegato. Nella concorrenza perfetta tutti scambiano beni e servizi e alla fine, quando si raggiunge l’equilibrio, ogni bene avrà il giusto prezzo di concorrenza. Ovviamente quanto più il mercato è grande quanto più ci sarà soddisfazione, il prezzo sarà il più basso possibile, l’utilità del consumatore sarà massima. Il modello matematico è perfetto e la cosa funziona, benissimo... ALLE CONDIZIONI DATE.
La main stream economica fa finta di non sapere che le leggi classiche di mercato funzionano appunto, come ogni modello scientifico, “alle condizioni date”: è proprio su quelle condizioni, sulla loro assenza (cd. fallimenti del mercato) e sulla premeditata e scientifica eliminazione della funzione pubblica che ne perseguiva la realizzazione, che hanno costruito monopoli e concentrazione di ricchezza. Come Don Milani, dobbiamo conoscere una parola in più del nostro nemico: analizzando quelle condizioni si capisce perfettamente la loro opera, la perfetta identità delle condizioni della concorrenza perfetta con i “diritti” (informazione, istruzione, salute, ambiente, beni pubblici, ecc.) e la sinallagmatica perdita di diritti conseguente ad ogni fallimento del mercato non contrastato.
Quali sono i fallimenti del mercato e perché la loro rimozione coincide perfettamente con la funzione pubblica e con la tutela i diritti? Quelle condizioni, cancellate con un colpo di spugna, sono proprio... lo STATO – o comunque in generale, l’economia pubblica. Racchiudono la sua funzione essenziale, sempre maggiore quanto più una società si evolve. L’assenza di queste condizioni provoca il fallimento del mercato (alla quale infatti stiamo assistendo). Disoccupazione, disastri ambientali, analfabetismo funzionale, malattie, ecc. sono le conseguenze della progressiva riduzione della funzione pubblica e del conseguente allontanamento dalla concorrenza perfetta. Divertiamoci a capire quali sono le condizioni di concorrenza e (loro assenza) i FALLIMENTI DEL MERCATO, almeno i principali, e capire perché sono fondamentali, perché rappresentano, DEVONO rappresentare, il perimetro dell’economia pubblica e guidare la RIALLOCAZIONE DELLE RISORSE che lo Stato deve operare, necessaria ad un mercato al servizio dell’uomo e della qualità della vita. Li elenchiamo non in ordine di importanza:

1) COMPORTAMENTO RAZIONALE DEGLI AGENTI ECONOMICI.
Volutamente per primo abbiamo messo l’unico fallimento del mercato al quale non c’è praticamente rimedio.
Ci sarà sempre un pazzo che scambierà 4 fragole per averne indietro 2, che comprerà la casa col peggior rapporto qualità prezzo perché dalla finestra può guardare la ragazza dai capelli rossi che è diventata il suo primo e unico pensiero, che vorrà andare sul lastrico per fare dispetto all’ex moglie, ecc. ecc. (comunque in molti, anche tra gli economisti, hanno sempre avuto il sospetto che non fossero i soldi a far girare il mondo ma ... altre pulsioni umane). D’altra parte questa è l’umanità. E forse... per fortuna. Deve esistere il rischio, la fantasia, l’amore. E anche gli statistici devono alzare bandiera bianca di fronte alla legge di Damon Runyon per la quale niente tra gli esseri umani ha più di una possibilità su tre di accadere.
Ciò che si può e si deve fare è rendere la pazzia “libera” e non indotta da ignoranza o ... pubblicità. Purtroppo però, l’irrazionalità oggi spesso non è legata all’umanità o al caso, bensì le scelte irrazionali (lo chiamerei masochismo economico ma ricordiamoci che anche la politica è un mercato che dovrebbe essere in concorrenza perfetta ....) sono veicolate ad arte verso nemici invisibili, fedi o fideismi. Il danno che ne deriva è ovviamente amplificato anche per mere motivazioni statistiche: se l’errore è frutto del caso, si presenterà con segni e direzioni alterne e opposte e avrà impatto (errore statistico) limitato, se è veicolato in una direzione – come avviene con la pubblicità e la propaganda a senso unico – o comunque sollecitato da adeguate false informazioni avrà un impatto statistico massiccio e determinante. E qui si arriva direttamente alla seconda condizione di concorrenza perfetta:

2) ASIMMETRIE INFORMATIVE:
il giusto prezzo di concorrenza si raggiunge se e solo se tutti gli agenti economici hanno conoscenza completa del bene compravenduto, quindi degli ingredienti di un prodotto, del luogo di produzione, delle caratteristiche, della nocività o salubrietà del loro consumo, ecc. ecc. L’assenza di queste informazioni crea un danno al consumatore - che arriverà entro breve a non sapere più nulla, per esempio se il pollo che mangia è al cloro o contiene ormoni o se il vino che beve è d’uva o è liquido colorato e aromatizzato, ecc. ecc. – e se nessuno interviene il vino in bustina e il pollo al cloro e ormoni da produzione industriale intensiva spazzeranno via dal mercato il vino d’uva e le produzioni (complice la crisi e la contrazione della disponibilità di spesa) ma i soldi “risparmiati” comprando il prodotto scadente non basteranno a pagare le spese sanitarie per avere ingerito coloranti cloro e ormoni (esternalità negative, vedi prossimo fallimento del mercato) o i danni ambientali, climatici, ecc. che hanno conseguenze sul quotidiano di ciascuno di noi. Infatti il giusto prezzo di concorrenza del prodotto scadente sarebbe superiore a quello del prodotto “sano” e lo Stato deve intervenire per tassare (o vietare) i prodotti nocivi, e/o trasferire risorse ai prodotti di qualità e/o imporre standard minimi qualitativi o etichette trasparenti. I nuovi trattati di libero scambio (vedi TTIP, CETA, ecc.) prevedono peraltro che un intervento dello Stato teso a ripristinare la corretta concorrenza (informazione, divieto, tassazione, standard minimi, trasferimenti, ecc. come visti) porterebbe lo Stato stesso a subire una causa (in giurisdizione internazionale privata, sic!) contro le multinazionali che chiederebbero indietro i mancati profitti se lo Stato avesse applicato condizioni più restrittive di altri Paesi, in un vortice al ribasso. Secondo la bizzarra definizione di wikipedia si verifica asimmetria informativa nel mercato “quando uno o più operatori dispongono di informazioni più precise di altri”. Sull’argomento hanno scritto tomi notevoli, ma vorremmo sottolineare che l’asimmetria informativa è stata oggetto di ampia elaborazione negli unici casi nei quali era in “vantaggio” il consumatore (che grosso problema di concorrenza sleale per la main stream!!): per esempio (selezione avversa) il malato che si fa assicurare senza dire di essere malato (povere compagnie di assicurazione!), quasi mai quando a godere dell’asimmetria informativa erano le multinazionali. Infine, l’informazione ha un costo, che dovrebbe essere collettivo, e collettivo è il valore dell’informazione sia perché ha elevatissime esternalità (altro fallimento del mercato trattato al punto successivo) sia perché il monopolio dell’informazione (problema attualissimo) distorce l’andamento di tutti i mercati creando price maker.

3) ESTERNALITA’:
è un mondo infinito, sono i fallimenti del mercato che crescono esponenzialmente quanto più l’economia è evoluta e quanto più si moltiplicano scambi e interazioni tra mercati, settori produttivi e soggetti (lo sanno bene i fautori della globalizzazione che fanno profitti infiniti esattamente sulle esternalità non governate dalla funzione pubblica). L’esternalità misura infatti gli effetti della produzione e scambio di un bene o di un servizio sul resto dei beni e servizi – o meglio, gli effetti del comportamento di un agente economico sugli altri agenti e stakeholders e il giusto prezzo di concorrenza perfetta, al quale SI DEVE ambire se si vuole raggiungere l’allocazione ottimale delle risorse, è quello che tiene conto non solo dei “costi interni” di produzione (classicamente una combinazione di capitale K e lavoro L) ma necessariamente dei costi e vantaggi “esterni”. Chi ha una formazione giuridica e non economica può agevolmente identificare le esternalità negative con il “danno ingiusto” e quelle positive con “l’arricchimento senza causa”. Una delle esternalità più comuni è l’inquinamento. Immaginiamo due bicchieri identici su un banco del supermercato. Uno costa metà dell’altro, compriamo quello.
Peccato che sia prodotto a migliaia di kilometri con un processo produttivo altamente inquinante. Il secondo bicchiere, prodotto dalle vetrerie delle provincia che avevano con grandi costi ristrutturato il processo produttivo per non avvelenare la valle, dopo essere diventato sempre più caro man mano che diminuiva la richiesta (tutti comprano ormai il bicchiere importato) sparisce dagli scaffali. E’ una allocazione ottimale delle risorse? le quantità e i prezzi sono giusti? Abbiamo davvero risparmiato? NO. Qualcuno (lo STATO!) avrebbe dovuto calcolare il danno (esternalità negativa) ambientale di camion che intasano il traffico e inquinano, navi di container che distruggono l’ecosistema marino (e poi mangiamo pesce al mercurio e ci curiamo le malattie..), i danni indiretti dall’aumentato fabbisogno energetico, e TRASFORMARLO IN UN DAZIO CONCORRENZIALE, o magari trasferire risorse alla produzione locale ecocompatibile, per riportare il prezzo in concorrenza. Il secondo bicchiere costerebbe sempre meno (al consumo) e vincerebbe. Oggi al contrario gli Stati non incassano il dazio ma pagano comunque - indebitandosi o tassando a dismisura i residenti a causa di un folle pareggio di bilancio – i danni ambientali, i costi delle alluvioni, le conseguenze sanitarie sulla popolazione. Esempi di esternalità positive sono per esempio l’istruzione, la formazione o la ricerca, il trasporto e il presidio delle terre marginali, e tante altre produzioni di beni e servizi. Un libero mercato privato non ne garantirebbe mai la giusta quantità (tanta!!) e il giusto prezzo (quasi gratis!) di concorrenza perfetta, che si avrebbe se tutti gli attori economici trasferissero alla produzione di quei beni e servizi il giusto corrispettivo, avendone in effetti goduto (senza ingegneri capaci, senza personale qualificato, estremizzando in un mondo di analfabeti non esisterebbero le altre produzioni, o, per fare un altro esempio, i rischi di incendi, di esondazioni, ecc. sarebbero superiori per tutti – e pagheremmo per maggiori danni – se non vi fosse il presidio delle terre marginali). Sono beni e servizi con esternalità positiva, allo stesso modo, la sicurezza, la previdenza, la giustizia: quelli che chiamiamo “BENI PUBBLICI” – in passato considerati una precisa categoria di fallimento del mercato - sono semplicemente beni ad elevatissima esternalità positiva, ed in realtà non c’è netta soluzione di continuità tra beni pubblici e beni con esternalità positiva. I beni pubblici puri, come la giustizia, sono un fallimento del mercato perché sono indivisibili e non “rivali” (il mio consumo non escludetuo), mentre l’umanità è tendenzialmente free rider (scroccona). Pensiamo alla giustizia, alla sicurezza, alla difesa, ma anche all’illuminazione di una strada o ad uno scudo spaziale contro radiazioni nocive.... nel libero mercato, contando di rifarci la spesa e un po’ di utile, nessuno “produrrebbe” i beni pubblici perché non ci sarebbero acquirenti diretti. <br />Tutti beneficiamo dello scudo spaziale (o dell’illuminazione pubblica o della giustizia..) anche se non la paghiamo: infatti, sappiamo che non ci possono escludere dal beneficio per cui... chi ce lo fa fare di pagarlo? I beni pubblici vengono pertanto prodotti dallo Stato o dagli enti locali. Come vengono pagati? Oggi che non abbiamo più sovranità monetaria e abbiamopareggio di bilancio e la globalizzazione libera, vengono (stra)pagati dai residenti (tassedebito che crea ulteriori tasse) che pagano anche la quota di una molteplicità di free rider (evasori, multinazionali, ecc.). Insomma, in sintesi nel prezzo di ogni bene e servizio prodotto devono essere inglobati i costi e i vantaggi esterni di quei beni, un po’ come se nel conto economico e nei costi di produzione di ciascuna impresa ci fossero contabilizzate le uscite per giustizia, sicurezza, salute, previdenza, formazione, istruzione, infrastrutture pubbliche, bonifiche, ecc. – tutti servizi in effetti goduti e che “costano” - e si contabilizzassero anche tutti i “danni ingiusti” sopportati da altri a causa della produzione e consumo del bene prodotto dall’impresa così come, nei ricavi, fossero conteggiate le entrate extra (contributi) da parte di coloro che hanno vantaggi (arricchimento senza causa) anche se non acquistano (quindi non pagano) direttamente il prodotto – come avviene per esempio per chi produce un libro, poiché il consumo di cultura arricchisce tutti, solo allora i prezzi e le quantità prodotte e scambiate saranno di concorrenza perfetta. Quanto detto sui beni pubblici e sui “free riders” vale in realtà “proquota” per le esternalità non pagate di tutti i beni e servizi: se nel bilancio delle aziende (anche solo degli ultimi dieci anni) mettessimo in conto economico quei costi e quei vantaggi, si annullerebbero i profitti “frodatori” (in particolare delle multinazionali) ed emergerebbe un debito pari ai beni e servizi pagati dai cittadini e da loro “scroccati” come un imbucato al ricevimento di nozze e (qui allargherei non solo ai cittadini ma alla natura, agli esseri viventi, animali e vegetali!) al danno ingiusto generato. Al contrario del debito fittizio (derivante dal monopolio artificiale della moneta vedi infra) che ci stanno convincendo di avere maturato, emergerebbe un credito enorme per i cittadini, per lo Stato, e per le aziende che danno vantaggi esterni. Il saldo di bilancio della concorrenza perfetta, un credito da riscuotere. Non ripagherebbe i danni dell’errata allocazione delle risorse (il bicchiere inquinante ha già fatto chiudere decine di imprese sane...) ma sarebbe un buon passo in avanti nel ripristino di dotazioni concorrenziali.

4) MONOPOLI, OLIGOPOLI E MONOPSONI.
Nel modello di concorrenza perfetta, il prezzo è l’incontro tra una pluralità di offerenti e una pluralità di acquirenti e nessun soggetto economico è “price maker” ovvero può decidere il prezzo del mercato. Quando l’offerta è monopolizzata (o la domanda monopsonizzata.. ma è più raro) un solo agente o pochi (oligopolio) decidono prezzi e quantità. In queste situazioni c’è una perdita di benessere o di utilità ed è un fallimento del mercato in quanto non si arriva alle giuste quantità di beni prodotti e scambiati. Il monopolio o oligopolio può essere naturale (es. solo nel mio terreno o in pochi esiste un metallo raro utile alla diagnostica medica o alla realizzazione di smartphone), economico (forti costi fissi o economie di scala che impediscono l’ingresso nel mercato di un numero sufficiente di produttori) o artificiali (cartelli, o norme regolatorie che escludono artificiosamente la concorrenza). Monopoli e oligopoli sono difficilmente conciliabili con il mercato privato di concorrenza in quanto il monopolista, dotato di forte potere economico, difficilmente potrà essere regolato e controllato “esternamente” e l’accumulo progressivo di profitti generati dall’assenza di concorrenza rende queste situazioni enormemente rischiose per la democrazia oltre che per l’esistenza stessa del mercato. Monopoli naturali e economici dovrebbero utilmente essere pubblici, con prezzi (che diventano tariffe) e quantità stabiliti per il fine collettivo. I monopoli artificiali privati rappresentano una vera e propria aberrazione economica, soprattutto quando è lo Stato stesso ad attribuire ad uno o a pochi agenti economici la produzione di un bene o di un servizio. Queste aberrazioni sono all’ordine del giorno e sono la principale causa del collasso economico dei paesi, soprattutto se pensiamo al monopolio privato della moneta e del credito. E’ un vero e proprio suicidio economico affidare all’interesse privato e alle leggi del mercato, vieppiù operando contestualmente unaliberalizzazione finanziaria spinta, il governo della moneta, poiché:
— la moneta NON E’ un bene di consumo, non si mangia, non serve a costruire, non puoi salir sopra a una banconota e farti trasportare come su un tappeto volante, non ha funzionalità o valore intrinseco, è solo una unità di conto e un mezzo di pagamento presente o futuro (e il valore nel tempo deve essere collegato all’andamento dell’economia reale): non può generare profitto, ogni utile generato dal mercato della moneta è sottratto all’economia reale, allo scambio sottostante, alterando e distorcendo completamente il corretto funzionamento del mercato dei beni e dei servizi. Infatti ogni transazione reale, quindi ogni settore produttivo, paga una sorta di “pizzo” all’intermediazione bancaria che è stimato, tra interessi passivi e altri oneri legati all’utilizzo della moneta elettronica e della speculazione finanziaria, addirittura nel 13% del Pil. Essendo un semplice mezzo di pagamento, la scarsità o l’eccesso di moneta in circolazione (gli economisti classici insegnano) comporterebbero in realtà (una volta raggiunto il nuovo equilibrio) solo una variazione nominale dei prezzi senza agire sui prezzi relativi dei beni e servizi scambiati, quindi senza provocare effetti distorsivi. Peccato però che chi incassa quel 13% del Pil è un “privato” e quella dotazione enorme di moneta la può ben utilizzare per incidere sui prezzi di qualsiasi bene o servizio. La liberalizzazione e l’assenza di regole avvantaggiano ancor di più le operazioni speculative arrivando al paradosso di compravendite allo scoperto che in un secondo possono distruggere un intero settore produttivo.
La politica monetaria e la spesa pubblica (attraverso emissione di moneta) sono strumenti fondamentali che lo Stato deve utilizzare per ripristinare la concorrenza (e contrastare tutti i fallimenti sopra visti). Privandosene è quasi impossibile agire in modo riallocativo e redistributivo. La sovranità monetaria è la base della democrazia e dello sviluppo. Come dimostrano i dati economici degli ultimi decenni di cessione progressiva della sovranità dal pubblico al privato (e non dallo Stato all’Europa..), anche la produttività di un paese è strettamente legata alla sovranità monetaria. Le parole sono importanti, ed hanno precisi significati. Il termine “sovranità” ha subito una profonda distorsione nell’immaginario e nel lessico comune, forzatamente amalgamata al concetto di nazionalismo. Noi riteniamo che la sovranità debba essere popolare, e l’emissione della moneta debba avvenire sotto l’egida pubblica. In linea puramente teorica, se l’Europa fosse un ente pubblico, democratico, con identico diritto su un unico territorio e sui cittadini europei, avrebbe i requisiti (popolo diritto e territorio) per esercitare democraticamente la sovranità (anche se gran parte delle funzioni pubbliche, in una logica di economia di scala e di efficienza, restano di gran lunga preferibilmente esercitate a livello di singolo Stato, anche per motivi di omogeneità culturale e di prossimità del cittadino alle istituzioni. Ma l’Unione Europea non è un Ente pubblico e l’Euro non è una moneta sovrana su un territorio bensì un mero accordo di cambi fissi tra paesi più o meno sovrani. E nei Trattati che la governano – al contrario di quanto sancito nella nostra Costituzione - è scritta a chiare lettere la destrutturazione dell’intervento pubblico nell’economia e la ridefinizione del settore pubblico come mero fornitore di servizi secondo regole privatistiche: esattamente ciò che trasforma uno stato (o ente sovrano...) di diritto in stato patrimoniale e una economia concorrenziale (tra le tante accezioni fuorvianti anche al concetto di concorrenza è stato il distorto significato di “competizione”) in progressiva concentrazione monopolistica.
Anche il concetto di debito pubblico ha subito una identica sorte distorsiva. Quando lo Stato aveva sovranità monetaria, il disavanzo misurava la liquidità che lo Stato aveva deciso di iniettare nel sistema economico, e il debito pubblico ne misurava lo stock storico. Anche allora i cittadini acquistavano i titoli di debito pubblico ma questa situazione aveva precisi significati e funzione economica: da una parte lo Stato attraverso la remunerazione dei titoli di debito iniettava liquidità e tutelava il risparmio (consumo futuro o conservazione del potere d’acuisto), dall’altra controllava il tasso di interesse i grazie al quale governava gli investimenti (se l’economia era in sovrapproduzione, aumentando il rendimento del risparmio decongestionava gli investimenti produttivi, in fasi recessive, in modo opposto, abbassava i al di sotto del profitto atteso rendendo il risparmio meno conveniente dell’investimento produttivo e quindi spingendo gli investimenti.
Ovviamente ogni paese ha, o può avere, un debito effettivo estero quando ha un passivo della bilancia commerciale. Quello era un debito reale, legato alle risorse che devono essere comprate al di fuori del territorio. Nessun paese, fino a 40 anni fa (inizio della finanziarizzazione neoliberista dell’economia...) è mai andato in default per motivi non legati all’economia reale. Oggi si moltiplicano le sofferenze causate da mera speculazione finanziaria.
Esistono altri fallimenti del mercato, oltre a quelli approfonditi, ma vale più o meno la medesima ricetta concorrenziale. Giova riflettere sul fatto che in concorrenza perfetta non esistono extraprofitti e il profitto si genera dall’innovazione: l’idea, l’evoluzione tecnologica, un nuovo processo produttivo, nuovi materiali, ecc. ed ha natura temporanea, dura finché il mercato non si adegua progressivamente all’innovazione. Praticamente ha i vantaggi del comunismo ma senza sacrificare l’individualità e la spinta utilitaristica alla base dell’evoluzione e del progresso.

GLI STRUMENTI DELLO STATO PER LA CONCORRENZA.
La riallocazione delle risorse, l’opera fondamentale redistributiva, è esattamente, quindi, la funzione pubblica. Lo Stato la deve fare attraverso tre strumenti che hanno identica funzione:

a. regolazione normativa:
lo stato impone regole, parametri, vincoli e controlli per riportare prezzi e quantità verso l’equilibrio di concorrenza perfetta (esempi: limiti alle produzioni, limiti alle emissioni, autorizzazioni, licenze a numero chiuso, indicizzazione o scala mobile sui salari, ecc.
b. tassazione: la tassazione non è assolutamente il mero recupero delle risorse per la spesa pubblica ma è (o meglio deve essere) esattamente come la spesa pubblica uno strumento redistributivo a fini concorrenziali: per esempio (effetto “sostituzione” della tassazione a fine di indirizzo dei consumi) tasso il prodotto inquinante (esternalità negativa) e trasferisco alla cultura (esternalità positiva). Oppure, se i fallimenti del mercato (come oggi) non sono stati sufficientemente contrastati in via generale e si sono create di conseguenza forti concentrazioni di ricchezza e sacche di povertà, applico una patrimoniale 1 e una forte tassazione progressiva e trasferisco risorse per un reddito di cittadinanza. E’ evidente che se la tassazione serve a “spostare” risorse e cambiare le “posizioni relative” non ha alcun senso parlare di pressione fiscale “media”. La media non dice nulla sulla bontà della tassazione e sull’efficacia redistributiva concorrenziale (anche se, quando si è fatto un buon lavoro redistributivo e in assenza di shock esogeni, la tassazione serve meno e quindi nel tempo tende a ridursi anche la media).
Avendo riguardo alle più importanti distorsioni del mercato attuali, si dovrebbe immediatamente, per esempio, sostituire il gettito Irap (da eliminare) e parte dell’Ires con una Tassa sulle Transazioni Finanziarie (non approfondisco per non appesantire ulteriormente, ma si ridurrebbe il costo del lavoro senza toccare le retribuzioni, scapperebbero i capitali speculativi dannosi e arriverebbero IDE e investimenti reali);
c. spesa pubblica: Dovrebbe essere ormai evidente l’utilizzo della spesa pubblica a fini concorrenziali, quindi: spesa per investimenti pubblici, in ricerca, salute, cultura, informazione, ambiente, ecc. e, in una situazione di concorrenza compromessa come quella attuale, per riportare le posizioni relative ad una minore disuguaglianza. Considerata la scarsità progressiva di moneta nell’economia reale e l’accumulo nell’economia finanziaria, una politica monetaria espansiva sull’economia reale equivale, attraverso il conseguente aumento dei prezzi e dei redditi reali (e del risparmio diffuso), a tassare l’economia finanziaria (perdita di potere d’acquisto della ricchezza accumulata da pochi).
Una delle funzioni fondamentali della spesa pubblica è infatti trasferire al sistema la liquidità e le risorse fondamentali per crescere 2. L’articolo 81 della Costituzione – dopo la scellerata riforma attuata dal governo Monti e passata purtroppo con una larga maggioranza che ha impedito il passaggio referendario - impone allo Stato e ad ogni livello amministrativo, dal governo alle regioni ai comuni, il pareggio di bilancio vietando deficit economici. Il pareggio di bilancio, costituzionalmente sancito da una maggioranza illegittima, significa banalmente che l’ente pubblico, a qualsiasi livello, può agire (salvi ulteriori vincoli recessivi dei quali parleremo) “riallocando” in modo migliore ciò che esiste, senza aggiungere nulla. Non vengono immesse nuove risorse, non c’è incremento di liquidità (in realtà c’è ma è governata e controllata – ovviamente in base ad interessi privati - dal sistema bancario privato ed è comunque a debito quindi sottrarrà liquidità nel futuro). Purtroppo il pareggio di bilancio in presenza di un debito pregresso significa che l’ente pubblico ogni anno deve necessariamente e forzatamente “togliere risorse” al sistema, drenare liquidità e trasferirla agli istituti finanziari per pagare gli interessi passivi sul debito3: una riallocazione forzata di risorse che costringe di fatto l’ente pubblico non solo a derogare alle sua fondamentale azione regolatoria e di governo del territorio, ma addirittura a lasciare ogni anno una allocazione delle risorse peggiorativa rispetto all’anno precedente, recessiva e propedeutica ad ulteriore indebitamento.

MAIN STREAM: NEOLIBERISTI O “FREE RIDERS” (SCROCCONI...)?
Le risposte di Keynes e Smith, gemelli rossobruni. Lo scontro ideologico tra liberisti (di destra, di sinistra, duri o soft, miglioristi, riformisti, liberalsocialisti, radical chic, ecc.....) e “statalisti” (di destra o di sinistra, duri o soft, sovranisti, comunisti, ecc.....) è la causa di divisione del 99,99% della popolazione che avrebbe al contrario l’interesse comune ad un modello di sviluppo civile, sociale ed ecocompatibile. E’ una falsa lotta ed una contrapposizione mistificata ad arte. Come abbiamo dimostrato, per aversi libero mercato, stimolo all’impresa e all’evoluzione tecnologica, ricchezza, meritocrazia, così come per aversi diritti, salute, qualità della vita, istruzione, lo Stato deve esistere, e i suoi poteri, le sue funzioni, il perimetro dell’economia pubblica sono certi e matematicamente determinabili. E, per quanto a qualcuno sembri “strano”, la parola magica è Concorrenza Perfetta... Come abbiamo visto, infatti, l’intervento dello Stato in economia, la difesa dei diritti, della salute, dell’ambiente - con la necessaria dotazione di risorse – non è “solo” moralmente giusto ma è la condizione necessaria al funzionamento del modello di mercato dalle teorie economiche classiche, validissimo prima di essere deturpato dalla main stream economica al soldo dell’elite finanziaria. Quelle verità economiche devono tornare come un boomerang contro coloro che hanno operato questo “colpo di mano” su di esse, operando un vero e proprio falso ideologico allo scopo (per molti evidente) di eliminare l’economia pubblica e gli Stati e cancellare di conseguenza tutti i diritti, il risparmio, la ricchezza, l’ecosistema, l’indipendenza.... quindi in estrema sintesi con un “golpe al rallentatore” hanno creato condizioni assimilabili alla progressiva schiavitù per il 99.99% della popolazione: in nome del mercato e della concorrenza hanno distrutto il mercato e la concorrenza, creando monopoli e progressiva concentrazione della ricchezza, utilizzando parole d’ordine mistificate ed evocatorie di concorrenza quali “competitività, globalizzazione, libero scambio” che sono state la mannaia delle condizioni di concorrenza.

Keynes e Smith avevano tanta ragione e i loro modelli in fondo non sono in antitesi. Alle prese con gli effetti della crisi del ’29 (un po’ come oggi) conseguenti ai fallimenti del mercato e soprattutto all’attentato alla concorrenza portato dall’economia finanziaria (come oggi) le ricette main stream erano (anche allora, guarda caso) austerity, riduzione delle retribuzioni, riduzione del credito (proprio come oggi). Keynes, con la sua teoria della spesa autonoma e del moltiplicatore, propone politiche espansive della spesa pubblica e della moneta per aumentare il Pil e uscire dalla recessione. I tromboni accademici gli rispondono che non serve, che un’immissione di moneta si esaurisce solo, nel lungo periodo, in un nuovo equilibrio dove la situazione è identica e i prezzi sono aumentati (inflazione nominale). Keynes non sta lì a spiegare che attraverso la spesa pubblica si fa anche redistribuzione concorrenziale, e che, tra l’altro, gli effetti del breve periodo si possono riottenere facendo tanti brevi periodi. Non si mette contro l’establishment economico e non mette in discussione le loro ragioni ... nel lungo periodo. Risponde serafico: “nel lungo periodo saremo tutti morti” e così l’hanno lasciato fare. Per inciso, la teoria del moltiplicatore monetario spiegava come 1 euro (vabbè, un dollaro..) di spesa pubblica generasse “più di” un dollaro di Pil (e viceversa, l’austerity provoca recessione) e che il moltiplicatore è tanto più elevato quanto più la spesa pubblica è rivolta nei confronti di chi ha una più elevata propensione marginale al consumo (perché se dai 1 euro ad un nullatenente lo spende tutto, se dai un euro in più, marginale, a un ricco non lo spende..). Oggi il moltiplicatore si aggira mediamente su 1,5 (valore medio, figuriamoci che botto di pil con un reddito di cittadinanza e con spesa pubblica concorrenziale).